Annunci di lavoro. Merda d’artista?

L’analisi dei testi degli annunci di lavoro, spesso considerata ostica da molti, ad un più approfondito sguardo offre agli occhi e all’anima spesso momenti di rara bellezza, come nel caso seguente che andremo ad analizzare.

Il presente componimento si caratterizza per brevità ed asciuttezza, ma soprattutto rievoca i fasti della poesia dadaista del primo 900 per attualizzarla ai giorni nostri. Se Apollinaire e Breton si limitavano a scrivere poesie che – per quanto innovative e avanguardiste – avevano l’aspetto di mere poesie, qui il genio letterario plasma un’opera facendola passare per ciò che nella società odierna rappresenta l’ultima zattera a cui aggrapparsi in questi tempi tumultuosi: un annuncio di lavoro.

Ma l’autore, alla ricerca di una vera provocazione, si spinge oltre: inserisce quest’opera d’arte proprio in mezzo ad altri annunci di lavoro veri!

L’arte si inserisce nella vita quotidiana, l’arte non è più qualcosa di elitario, l’arte cari signori può addirittura farci credere di essere parte delle nostre esistenze! Non siamo più noi ad andare ad ammirare il pisciatoio di Duchamp in un museo, ma sarà direttamente il pisciatoio capovolto che verrà installato nel nostro bagno!

Marina Abramovic e le sue performance a contatto col pubblico viene a questo punto, surclassata.

La grammatica italiana, ormai inutile fardello che appesantisce e soffoca l’estro creativo, viene accoltellata senza nessuna pietà. L’articolo e le preposizioni, elementi futili e fastidiosi come una cavalletta nelle mutande, vengono abbattuti con precisione da cecchino.

Sulla pagina ormai desolata restano in vita solo le parole, sconnesse, sole, sperdute come sperduta è questa nostra società moderna senza più punti di riferimento. L’indifferenza con cui l’autore tratta le lettere, ignorando se esse abbiano bisogno di una maiuscola o di una minuscola, denota un preciso e cosciente ritorno al nichilismo trascendentale Kantiano.

 Il messaggio non è quindi subito visibile e chiaro, il lettore deve faticare per capirne il senso, deve rileggere più volte e con lo sguardo tornare indietro per il timore di essersi perso qualcosa.

Quale artista odierno sarebbe in grado di comunicare cotanto smarrimento?

Ma ora, dopo le bizzarie verbali, passiamo ai contenuti.

Il dissacrante capovolgimento del lavoro visto come tempo libero e viceversa resta una provocazione decostruttivista molto arguta.

Cosa è lavoro e cosa è ozio oggigiorno? Nessuno è più in grado di dirlo.

Lavorano più i disoccupati che cercano lavoro affannosamente, chi un lavoro già lo ha trovato?

Ma il vero colpo di genio l’autore lo riserva alla fine.

Questo contratto “da definirsi” all’inizio si chiude in un cerchio perfetto con un laconico “provvigioni” e rappresenta uno struggente climax verso una forse flebile speranza…che però…attenzione! non riesce ancora ad essere rappresentata dall’autore, che non ci dà e non ci vuole dare una risposta.

L’assenza di un punto finale suggerisce una continuità di un discorso che però resta celato pudicamente, quasi che un disvelamento dell’obolo pattuito possa involgarire la poeticità insita del componimento.

Annuncio trovato dagli autori di "Ardite metafore grammaticali scambiate per serie proposte di lavoro".

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