Apartment 1303 (regia: Ataru Oikawa, genere: j-horror_anno: 2007)

Capitata casualmente su questo film giapponese, non ho potuto fare a meno di vederlo fino alla fine.

Il tema è un classico: la casa infestata dai fantasmi dove nessuno riesce a uscirne vivo.

E classico è pure l’atteggiamento delle case cinematografiche americane che si sono gettate a pesce sulla storia per farne un remake.

Quello che a Hollywood non riescono proprio a capire è che rifare un film giapponese non ha senso.

E’ come mangiare il vero sushi a Tokio e poi ritrovarselo a Milano imbellettato con chili di Philadelphia: in poche parole…una schifezza.

Il cinema horror giapponese, infatti, è l’opposto di quello americano.

Tanto gli americani sprecano tempo ad agitarsi in scena, tanto i giapponesi sfruttano quelle 4 o 5 espressioni essenziali per esprimere un’emozione. Ci avete mai fatto caso? Scena classica: la protagonista viene scoperta dal killer e deve nascondersi per sopravvivere. La prima cosa che fa: urla. La seconda: ansima. La terza corre e inciampa. Poi tenta di aprire una porta, che è sempre irrimediabilmente fissata allo stipite col mastice. Poi, prima di morire compie un’ultima impresa: urla come un’ossessa immersa in ettolitri di liquido ematico.

L’80 % del budget di un film fatto in USA è poi impiegato per comprare frattaglie di pollo e chili di materiale per mostrare allo spettatore la struttura interna degli intestini di tutti i protagonisti.

In Giappone, invece, si concentrano ancora su quella cosa misteriosa e strana che è la TRAMA del film, che riesce ad avere un senso logico fino all’ultimo secondo. Il sangue è poco, perché quello che conta è l’atmosfera. Le inquadrature sono o dal basso all’alto per essere messi in soggezione dal condominio e dall’appartamento stesso, o dall’alto al basso, per scivolare meglio negli occhi neri della bambina.

Il racconto si sviluppa e avviluppa attorno ai rapporti femminili di madre e figlia, sorella e sorella, amiche e amica.

I legami sono forti, lunghi, soffocanti e neri come gli stessi capelli di una delle protagoniste.

Ecco, un’altra cosa che non potrà mai essere ripresa veramente dagli occidentali sono i capelli orientali.

Sia in Ringu e in questo film i capelli lunghi, lucidi e neri sono protagonisti di tutta la storia. L’aspetto tricologicodell’horror giapponese non è da sottovalutare, anche perché ha derivazioni antiche del tipico teatro Kabuki, dove ogni protagonista era identificato sul palco proprio dai capelli.

E – sempre dal teatro – derivano le figure dei fantasmi detti yurei, quasi sempre femminili, che tornano dal mondo dei morti per cercare vendetta.

(Ora parlerò del finale, quindi se non avete ancora visto il film NON LEGGETE – SPOILER).

Nel finale, come sempre, si dovrebbe cogliere la motivazione che ha causato tutte le morti del film.

Abbiamo infatti nell’ultima parte la sorella maggiore che chiede con forza al fantasma: “Perché hai ucciso queste ragazze e mia sorella?”. Ma il fantasma non svela alcuna risposta.

Anche qui dobbiamo tornare al teatro Kabuki, dove lo spirito della morta spesso tornava nel mondo dei vivi per seminare vendetta, ma non sempre agendo secondo uno schema logico. La vendetta non coglie solo chi ha compiuto la colpa, ma chiunque si trovi nelle vicinanze.

Del buonismo americano qui non c’è traccia, il rapporto tra le due sorelle era davvero idilliaco come uno spot televisivo o era forse molto più realistico e caratterizzato da odio/amore come nella vita vera?

La risposta resta nell’ultimo incontro tra le due giovani donne, in cui una potrebbe salvare l’altra lasciandola nel mondo dei vivi, ma poi decide di portarla per sempre con sé. Anche questo è amore?

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