Autodafé

Alla mia età è arrivato il momento di ammettere che non riuscirò mai a superare il principale difetto del mio carattere: la Pigrizia. Il mio livello d’indolenza è vergognoso da sempre, nonostante mio padre abbia stoicamente tentato di estirpare questo morbo del “mi sa briga” fin dalla mia tenera età. Questa grave disfunzione mi ha causato e mi causa tutt’ora degli handicap spaventosi, tra cui ad esempio la totale incapacità di nuotare. Settimane di esortazioni da parte del mio genitore non sono servite a nulla. Colgo l’occasione per scusarmi con quel sant’uomo che ha impiegato preziosi pomeriggi a tenermi a pelo d’acqua in orizzontale come un vassoio di tartine, nell’inutile tentativo di insegnarmi a coordinare il movimento degli arti inferiori con quelli superiori. Infatti, nonostante il suo eroico impegno, a 33 anni il mio livello di galleggiamento più o meno si accosta a Federica Pellegrini, nel suo periodo prescolare. A questo proposito vorrei ricordare che il mio caso è stato oggetto anche di accurate analisi da parte degli studenti della facoltà di fisica de La Sapienza di Roma, nell’esame del secondo anno del 2005: “Calcola in quanto tempo l’acqua di mare potrebbe trascinare a corpo morto Chiara, provvista di braccioli di Barbie, dal bagno di Marinella di Sarzana a quello di Fiumaretta di Ameglia, avendo la corrente marina, una velocità di 45 km orari”

Disgraziatamente la mia scioperataggine mi ha tallonato con tenacia anche quando ho deciso di andare a vivere da sola. Già dal primo mese l’indolenza si è autonominata la mia convivente più affezionata. Proprio per causa sua, infatti, ho impiegato ben 13 mesi a mettere le tende nella mia unica portafinestra, adattandomi a vivere come un abitante del circolo polare artico. O forse peggio. Per tredici mesi ho vissuto in un’ovattata atmosfera crepuscolare, con la tapparella a mezz’asta: l’unico modo per non farmi vedere sciabattare la domenica mattina dai vicini. Ma come vive un pigro? Quali sono i momenti clou di decorso della sua malattia? Direi che la patologia presenta un unico momento: il momento del “Lo faccio domani” che poi si sviluppa in: “Lo faccio dopodomani, davvero”, che poi entra nella fase “Lo faccio la settimana prossima, giuro” e poi può degenerare in “Lo faccio all’inizio del prossimo mese, cascasse il mondo.”

All’inizio, il problema era che mi mancava la materia prima, le tende appunto. Dopo mesi che non riuscivo a risolvere il dilemma, presa da pietà, mia madre mi ha regalato un paio di vecchie tende che non usava da anni. Per arrivare a ciò ci sono voluti 6 mesi. In seguito, però mancava la scala per arrivare fino al bastone in alto. Scala che ho acquistato a fatica dopo 5 mesi. (Voi non avete idea della difficoltà insita nella scelta: scala a 5 pioli o 3? Se per caso morite dalla voglia di saperlo ho scelto i 5 pioli.) Restavano gli anelli dove appendere le benedette tende. Altri due mesi prima di decidermi ad accaparrarmi 8 anelli di legno muniti di pinzetta reggitenda. Improvvisamente mi ero accorta che la questione stava iniziando ad assumere contorni imbarazzanti, quando oltre ai miei genitori, anche gli amici e i parenti invece di farmi la consueta domanda di inizio dialogo:” Ciao, come stai?” avevano incominciato tutti a chiedere: “Ciao, allora hai messo le tende?”.

Così quando una mattina alla Rai ho visto Paolo Fox esordire con “Gemelli: è arrivato il vostro momento. Prendete in mano la vostra vita, quelle tende non posso più aspettare.” ho capito che dovevo agire.

La scorsa settimana le ho appese. Sono bellissime.

Mi sono messa davanti alla tv spenta e le ho contemplate beatamente per un’ora, mentre il sole di novembre le attraversava indifferente inondando la stanza di un biancore latteo. Poi ho aperto la finestra e ho fatto entrare l’aria fredda di Milano, che le ha sbattute un po’ qui e un po’ là.

Mi si è subito gelato il naso.
Sembrava quasi di essere al Polo Nord.

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