Donna Lia va in città.

Giorni fa sono arrivati i miei genitori a farmi visita, la cosa davvero inaspettata era che
mia mamma avesse deciso di venire. Mia madre non ama molto spostarsi da casa e
soprattutto detesta da sempre Milano. Il grigio la rende insofferente, l’annoia e la deprime.
Sono convinta che se si riuscisse ad adagiare Milano su una tela, lei inizierebbe a spennellarla
con un po’ di giallo e di blu sui Navigli, poi sdrammatizzerebbe il Centro con un po’ di bianco e
arancione per poi passare a movimentare la Periferia con tanto rosa e verde. Da Google
 Earth Milano apparirebbe al mondo come un foulard di seta colorata mosso dal vento.Come vi dicevo, dunque, Donna Lia non aveva per nulla voglia di intrattenersi a Milano,

ma era molto curiosa di vedere dove, da un bel po’ di tempo, fosse andata a vivere la sua
unica figlia, nella fattispecie io. La visita è iniziata quindi con un’analisi minuziosa di ogni centimetro
 quadrato della mia magione. (Ovviamente prima che mio papà e lei arrivassero mi ero affrettata a
disinfettare tutto, proprio come quei tre coinquilini della pubblicità dell’anticalcare).
Le conclusioni sono state che:
-La vista dalla mia finestra del bagno è deprimente.
-La vista dal mio balconcino, se possibile, è ancora peggio.
-Le scale però sono pulite. Ergo la portinaia è Una Seria.
-I mobiletti nuovi sono accettabili.La visita alla mia cucina di un metro per un metro è stata più rapida.
Dopo aver allungato il piede destro con baldanza ed essersi trovata con il naso contro

 al muro della parete di fronte, si è girata e mi ha chiesto:
“Ah ma la cucina finisce qui? Non è un tantinello piccola?”
Tenendo conto che io non riesco ad entrarci nemmeno se mi sono già infilata la giacca,
 in effetti, non si può darle torto.Qualche minuto più tardi, siamo usciti e mentre passeggiavamo lungo il povero e bistrattato

 Naviglio lei ha sospirato sconsolata: “Ma che tristezza sto quartiere, sembra proprio una scena
 di Rocco e i suoi Fratelli!”
(NDA. Ricordarsi di vedere questo film e colmare in fretta la lacuna).Il viaggio in Metro è stato meno disastroso del previsto, eccetto il fatto che
non c’è stato verso di farla sedere perché – a detta sua – i sedili erano lerci e ciò ha creato una

divertente scenetta.
Un signore distinto, avvedutosi che mia madre era appesa con due sole dita come una caciocavallo
alla maniglia, si è alzato con un galante:
“Prego.”
Al che mia madre un po’ imbarazzata ha risposto:
“Ehm…no grazie preferisco stare in piedi.”
Ma il gentile signore, credendo che lei stesse rifiutando per timidezza, ha insistito e mia madre –
non sapendo più come levarsi dall’impiccio – lo ha quasi implorato: “Guardi LE GIURO sto meglio in piedi.”Quando si mette in testa una cosa, Donna Lia, né Giove Pluvio né l’onnipotente

Thor riuscirebbero a farle cambiare idea.Erano i primi anni 80 e io sgambettavo felice con il mio costumino rosso a pois bianchi per

 le spiagge di quella che credo fosse Moneglia. Andavo molto fiera di quel costumino, perché
 era un pezzo intero, che si allacciava dietro al collo come quello delle “persone grandi”.
Il problema era che io ero ancora nella fase: “persona piccola” e non ero stata ancora fornita
 di seno, quindi ogni giorno mi trovavo a constatare con disappunto come quel maledetto costume
 si ostinasse a scivolare in basso, non trovando ostacoli sul suo percorso. Questo ha comportato
 durante la vancanza la genesi di una serie di imbarazzanti fotografie in cui, nonostante il simpatico
 sorriso con le mie immancabili fossette, sembro la versione miniaturizzata della figlia di Borat.
In una di quelle giornate estive, dunque, mio padre ebbe l’idea grandiosa di affittare un pedalò per
 fare un bel giretto tutti e tre. Donna Lia non era esattamente propensa all’impresa, ma forse per
 non rovinare il mio entusiasmo decise di imbarcarsi, portandosi dietro la sua borsa con documenti
e soldi, non sentendosela di lasciarli incustoditi sotto l’ombrellone.
Dopo appena un quarto d’ora di ondeggiante percorso a zonzo per la costa Donna Lia incominciò
 a non sentirsi troppo bene. Bisognava tornare indietro.
Mio padre tentò di virare, ma non essendo pratico inclinò il pedalò dalla parte opposta. Donna Lia
 si innervosì. Voleva scendere subito. Io intanto me la stavo spassando allegramente e non capivo
 perchè mia madre volesse metter fine a quel divertimento. Eravamo quasi arrivati alla spiaggia,
 mancava una ventina di metri circa e Donna Lia, con la sua borsetta di Gherardini giallo limone
stretta tra le braccia, si apprestò a smontare dal pedalò, come se stesse scendendo dal vagone
di un treno. Me la ricordo ancora, avvolta in un pareo rosa pallido, mentre il vento salino le agitava
 i capelli biondi, allungare la nobile caviglia sottile fuori bordo per poi piombare rovinosamente in acqua,
sollevando un’onda anomala che per poco fece cappottare me e il mio povero padre a cui
morì in gola un urlo: “Liaaaaaa! Fermaaaaa!”
Convinta di essere a pochi centimetri dalla sabbia, Donna Lia aveva voluto accellerare i
 tempi scendendo alla “bersagliera”, senza prevedere che spesso l’acqua inganna le apparenze
e in realtà tra noi e il terreno mancava qualcosa come 3 metri abbondanti. Sottigliezze, lo so.
 Ma se mentre vieni ingoiato dal Mar Mediterraneo, ti trascini dietro anche un milione di lire di
piccolo taglio, il resto della giornata non potrà che essere pessimo.
La borsa di Gherardini, infatti, era esplosa per lo spavento e aveva sventagliato soldi e
documenti dappertutto. Così mentre quelli galeggiavano oziosi come pastura per i pesci,
mia madre nel panico si affrettava a raccattarli, sforzandosi nel frattempo di non annegare.Alle sette di sera attorno al nostro ombrellone si era radunata una piccola folla di curiosi.

 Nella zona non si erano mai visti dei turisti che prendessero il sole spaparanzati su un tappeto
di banconote in pezzi da 50.
Ho saputo da fonti certe che ancora oggi i vecchi del paese raccontano questa storia ai
loro nipoti nelle notti di tempesta.
Immagine
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