Tulpa (Regia: Federico Zampaglione – 2013)

Tulpa, ovvero non ti fidare mai di una donnina scialba e repressa sessualmente che, non si sa come mai, riesce ad entrare in un club di scambisti e forse viene posseduta dallo spirito di un trans pettoruto che è in realtà la personificazione di un santone indiano che ha magari ordito tutto e l’assassino è, in effetti, chi pensavi fosse ma poi non ne sei certo, ed è lui che con la complicità di un serpente a sonagli lascia in giro carte con lo stemma del Club forse per sfidare la polizia o forse no, visto che non c’è un solo poliziotto in tutto il dannato film.

Come si può intuire, la visione di questa storia mi ha lasciata alquanto confusa.

Sto tenendo d’occhio Zampaglione da qualche anno, perché con Nero bifamiliare mi aveva incuriosito parecchio e con Shadow mi aveva lasciato senza parole. E poi certo, il fatto che l’autore di La Descrizione di un Attimo si mettesse a raccontare un cupo horror ispirato aThe Texas Chain Saw Massacre mi aveva fatto quasi piangere di gioia e commozione.

Quello che mi rende Zampaglione simpatico è il tentativo di riempire un vuoto, perché – ci piaccia o no – dopo Dario Argento in Italia di film horror validi non se ne vedono.

Anzi mi correggo: di film horror non se ne girano proprio!

Nero Bifamiliare mi era sembrato interessante come film noir, ma mi aveva deluso nel finale troppo buonista. Era come se Z. non si sentisse ancora pronto per un finale davvero cattivo. Con Shadow, invece, avevo finalmente trovato un regista vero (e non un cantante che prova a fare il regista) in grado di spingersi oltre.

Non so se può suonare come offesa o come un complimento, ma Shadow non sembra nemmeno un film italiano.

Per questo mi aspettavo moltissimo da Tulpa.

La mia impressione è che questo film soffra di eccessiva soggezione nei confronti dei film di genere italiani.

Si torna alla classica figura dell’assassino alla Mario Bava, con guanti e cappello nero (Sei donne per l’assassino).

Si ripropongono omicidi con la stessa efferratezza di Dario Argento e creati con le stesse dinamiche: l’acqua bollente in faccia (Profondo Rosso), i topi famelici che divorano il malcapitato (Inferno), la tortura del filo spinato (Suspiria) e per un attimo viene inquadrato anche un pupazzo dalle sembianze ben riconoscibili.

I personaggi sono di una superficialità imbarazzante e i legami che li uniscono non hanno un minimo di credibilità. (Come possa un individuo “innamorarsi” di una donna che ha selvaggiamente posseduto durante un’orgia, per quanto creda da sempre nei miracoli dell’amore, devo ancora capirlo).

Ma il grosso problema di questa storia è che manca completamente di tensione.

I film di Argento (quelli fino ad Opera almeno), ma anche quelli come “La casa dalle finestre che ridono” di Avati erano terrificanti, perché non ingannavano lo spettatore. La verità si palesava davanti al pubblico in sala e al personaggio, ma questi non era in grado di capirlo fino alla fine del film.

La certezza di aver visto o sentito qualcosa di importante, ma di non riuscire a capire cosa è il motore che faceva funzionare film come Profondo Rosso L’uccello dalle piume di cristallo e Suspiria.

Qui invece lo spettatore non sa di chi si deve fidare, tutti i personaggi sono ambigui e poco caratterizzati.

La Gerini, che in genere mi piace molto, qui è scialba e senza spessore, nonostante un aspetto fisico davvero invidiabile. Non si capisce il motivo della ricerca affannosa di rapporti sessuali con estranei, non viene adeguatamente spiegato il rapporto con la cugina. Le cicatrici sulla schiena lasciano intuire un desiderio di rapporto masochistico, che però poi non viene approfondito.

Michele Placido, un attore che certo non ha bisogno di presentazioni, qui è incolore e davvero poco credibile come attempato seduttore.

Putroppo il concetto – molto interessante – insito in Tulpa non viene troppo a lungo spiegato e lo spettatore non ne capisce l’importanza. L’idea di fondo di questo film era quindi buona e valida, ma è stata gettata via per il desiderio di voler a tutti i costi ricalcare le stesse orme dei grandi registi del passato.

Il finale caotico e abborracciato mi ha lasciata con la sensazione che nemmeno durante la sceneggiatura le idee fossero molto chiare. Perché la verità è che se la storia è una buona storia, qualche illogicità si può anche far finta di non vederla, perché se mi hai inchiodato per due ore a guardarti ti si può perdonare tutto.

Anche la solita trita e ritrita scena della finestra chiusa male, che sbatte di notte e annuncia un omicidio che tarda ad arrivare.

regia: Federico Zampaglione anno: 2013 cast: Claudia Gerini, Ivan Franek, Michele Placido, Michela Cescon

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