Mein Leben in Bozen.

Scrivo queste note come promemoria per il futuro così quando questo momento di

(m@rdcx)

interessante ricerca psicoesisteziale sarà passato e io starò meglio potrò guardarmi indietro, darmi una pacca sulla spalla e dire a me stessa: ne sei venuta fuori, ora è tutta vita.

Sempre se non mi sarò buttata nell’Isarco prima, in questo caso niente pacca sulla spalla.

Molti mi chiedono come è vivere a Bolzano e mi rendo conto che ognuno ha del Tirolo un’idea tutta sua.

C’è l’amico che quasi mi invidia perché si immagina montagne verdi e simpatici scoiattoli che mi salutano dalla finestra, c’è l’amica d’infanzia innamorata dell’artigianato locale, c’è quella patita di vita mondana che mi immagina sperduta tra burberi montanari vestiti di felpe di lana grezza e spera torni presto nella frizzante Milanodabere.

Come sempre in tutte le proiezioni personali c’è un po’ di verità, ma tutto il resto sta da un’altra parte.

Il primo impatto che ho avuto di questa città è che sono tutti tanto gentili, educati, civili e posati.

Al supermercato ti chiedono scusa se per un secondo si frappongono tra te e la cesta dei detersivi in offerta, per la strada si fermano tutti per farti passare sulle strisce pedonali, nei negozi ti indirizzano solerti verso la via che non riesci a trovare.

Per una persona vissuta a Milano per 10 anni, abituata a sentirsi un impiccio al primo accenno di rallentamento anche su un marciapiede, è una sensazione parecchio strana, ma piuttosto piacevole.

Senti che esisti, che inizi a respirare. Alla mattina puoi affacciarti al balcone e vedere le montagne innevate e nello stesso tempo i prati verdi illuminati dalla luce del mattino e sentire il cinguettio degli uccelli.

Poi ci sono anche i treni della ferrovia che sferragliano a ogni ora se abiti nel mio palazzo, ma dopo un pò ci fai l’abitudine.

Io non lo so come si vive all’estero, perché anche se ho girato in lungo e in largo per studi vari e soggiorni vacanzieri, non mi sono mai trovata per più di un mese al di fuori dell’italico suolo. Spesso leggo che molti partono per Londra o Barcellona o Sidney e vanno a fare i camerieri o i giardinieri per un anno, poi tornano in Italia indossando quella tipica espressione come dire: “Io sì che ho visto il mondo, altro che voialtri rimasti qui a fare la muffa”. Ed è lì che scatta l’invidia che io chiamo “Sindrome da Appartamento Spagnolo”*, ovvero una nostalgia strana che prende non chi è partito, ma chi a Londra/Barcellona/Sidney non c’è mai nemmeno passato per sbaglio. E’ la pre-nostalgia: una sensazione a metà tra la voglia di mollare tutto e buttarsi nel rischio di una nuova vita con nuovi amici/lavori/amori e la paura di iniziare a farlo davvero.

Perchè la verità è che ovunque tu decidi di andare hai paura di fare una cazzata, di perderti qualcosa nel posto dove stai, di rischiare tutto puntando sulla meta sbagliata. Facile esortare l’amica su Facebook e dirle: “Vai, parti e fregatene, tanto cosa hai da perdere?”

Ho da perdere soldi, tempo, ma soprattutto rischio di perdere la forza di credere in qualcosa.

Perché se sei convinto che andare a Berlino sia la soluzione e poi non funziona, torni a casa senza più una meta da raggiungere, anche fosse solo nei tuoi sogni da cameretta.

In questi giorni in cui mi faccio esplodere l’emicrania a forza di astruse parole in tedesco, a volte mi trovo a fissare il muro e a chiedermi: “Ma che accidenti sto facendo? Rimettermi a studiare alla mia età il tedesco è una roba da fuori di testa. Non ce la farò mai…sono un’idiota”. Se non ci fosse mia madre a dirmi al telefono di andare avanti domani impacchetterei tutto e me ne tornerei a Parma.

No davvero, non sono così forte d’animo come molti pensano. La verità è che vorrei sospendere tutto e dire…ok, è stato davvero interessante, ma ora fatemi scendere.

Guardare la tv e capire il 3% di un dialogo della straminchia non è divertente, è frustrazione allo stato puro.

Mettersi a seguire un film in tedesco su youtube e ogni 5 minuti passare a quello con la versione inglese per capire i pezzi che ti mancano della storia è da malati mentali.

Sforzarsi di capire un dialogo tra un vecchietto altoatesino e la tabaccaia e poi dopo 98 connessioni mentali saltate, intuire che stanno parlando dialetto è sfiancante.

Ma ancora peggio è percorrere il centro città in lungo e in largo, entrare in TUTTI i punti vendita per lasciare il curriculum e sentirsi dire…”Ma il tedesco? lo sai il tedesco? no perché senza tedesco…sai…è inutile.”

Passi il tempo a sentire racconti di gente che parte per la Danimarca e la Norvegia e trova lavoro in due settimane parlando inglese e che ti inonda di entusiasmo su quanto è meraviglioso vivere in un posto dove tutto funziona a meraviglia. Poi incontri altra gente che, masticando un improbabile inglese, scappa in Australia e trova lavoro come cameriere in una sola settimana per poi trascorre i weekend surfando e inanellando piacevoli relazioni amorose con le abitanti del luogo.

Perché ovviamente in Danimarca non si aspettando che lo straniero arrivi e parli un perfetto danese.

E nemmeno in Norvegia si aspettano che un oriundo spagnolo conosca tutte le declinazioni del verbo “trotterellare” in norvegese.

In Alto Adige no.

In Alto Adige per lavorare devi dimostrare di essere più o meno biligue da 8 generazioni.

In Alto Adige per fare l’operaio generico ti scrivono un annuncio in tedesco e l’unica frase che ti scrivono in italiano è la seguente: “Pregasi inviare solo cv rispondenti alle richieste, in quanto i profili non corrispondenti saranno cestinati.”

Allora decidi di annegare le tue perplessità nell’alcool, ti manca un pò lo Spritz milanese e organizzi un aperitivo in centro città ignara del fatto che stai per vivere una delle più interessanti situazioni assurde mai vissute durante un aperitivo.

Prima di tutto a Bolzano lo Spritz non si chiama Spritz, si chiama Veneziano ed è una cosa arancione che vorrebbe essere uno Spritz, ma non ci riesce molto bene.

Per intenderci, il Veneziano in Alto Adige è come Justin Mattera truccata da Marilyn Monroe.

Altra cosa da sapere è che a Bolzano l’aperitivo non te lo devi aspettare, devi guadagnartelo.

Se ordini una bevanda ti portano una bevanda. Stop.

Vuoi le patatine? Devi chiederle.

Vuoi una tartina? Devi chiederla.

E attenzione…se chiedi UNA tartina, una tartina ti porteranno. Non una di più.

Il cameriere con soli 4 tavoli da servire tende sempre a fissare lo sguardo oltre l’orizzonte, come se al di là della sua esistenza di cameriere si aspettasse un destino migliore. Alle 21.30 cascasse il mondo, i tavoli verranno sbaraccati e tu – o ignaro avventore – che ti attardi con il tuo finto Spritz Travestito disciolto nel bicchiere e qualche briciola triste di patatina dovrai affrettarti a togliere il disturbo.

Qui non siamo mica a Milano, a gozzovigliare da mattina a sera. Qui c’è gente seria.

Scena1: Esterno sera.

Cameriere:            Buonasera. Desidera qualcosa?

Io.                        Buonasera, vorrei una Caipiroska.

Cameriere.             Qui non serviamo alcol.

Io.                        Ah. (WTF!!!!)

Cameriere.            …

Io.                       Avrebbe una Redbull?

Cameriere.            No.

Io.                       Scusi, ma i signori al tavolo cosa stanno bevendo?

Cameriere.            Un Veneziano.

Io.                       Ma il Veneziano non è fatto con alcool?

Amica.                 Ma forse prima intendeva dire che non servono superalcolici. Credo…ehm…

Io.                       Ah…(O.o) ok allora…va bene un (sospiro) Veneziano.

Immagine

Soggiornare in certi posti ti fa capire come la tua terra emiliana tutto sommato non solo non era niente male, ma forse è sempre stata il miglior posto dove potresti tornare a vivere.

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