Excision (Regia: Richard Bates, anno: 2012)

“Excision means “removal by cutting”. In surgery, the complete removal of an organ, tissue, bone or tumor from a body.” (fonte: Wikipedia)

Vi è mai capitato di vedere un film e poi, una volta arrivati ai titoli di coda, rimanere per qualche secondo immobili davanti allo schermo nel tentativo di riuscire a capire davvero quello che avete appena visto?

Ecco questa per me è stata una di quelle volte.

Questo film è classificato come horror anche se, a dire il vero, contiene molti più elementi drammatici e grotteschi che lo rendono decisamente un film non perfetto, ma interessante. Proiettato al Sundance Film Festival del 2012 come opera prima di Richard Bates, non ha trovato purtroppo alcun distributore cinematrografico nel nostro Belpaese.

Fin dalla prima scena la prima cosa che salta all’occhio è la fotografia.

Gli incubi di Pauline sembrano quasi immagini scattate da David La Chapelle, perfette nei loro terrificanti accorpi cromatici che danno vita all’immaginario erotico di una mente disturbata. L’interpretazione di Annalynne McCord (Beverly Hills 90210, Nip/Tuck, The O.C., Ugly Betty), praticamente sconosciuta nel nostro paese, è magistrale non solo per l’intensità che riesce a far emergere in ogni battuta, ma anche nel make up che la imbruttisce in modo davvero impietoso.

Il tema della storia è complesso, in quanto affronta il rapporto tra due sorelle entrambe afflitte da problemi di salute inserite in una famiglia tipica americana: ma mentre la piccola soffre di una malattia fisica ovvero la fibrosi cistica, la maggiore Pauline manifesta chiari segni di patologia mentale. Il film mette a confronto quanto spesso la collettività manifesti un diverso atteggiamento verso due diverse forme di malattia, forse per ipocrisia o semplice ignoranza. Nella nostra società, infatti, la compassione viene spesa solo verso coloro che soffrono di malattie fisiche, mentre spesso si preferisce ignorare o sottovalutare la patologia mentale con tutti disagi che questa comporta. Pauline rappresenta un’originale figura di outsider nel suo essere trasandata e totalmente disinteressata ad un’approvazione sociale. Senza amici, isolata da tutti, appassionata fino alla morbosità di chirurgia, gode solo dell’amore incondizionato della sorellina minore.

I genitori rappresentano due figure speculari, alla madre autoritaria infatti fa da perfetto contraltare un padre smidollato e senza carattere, incapace di guadagnarsi la stima anche all’interno del suo nucleo famigliare.

Da apprezzare senza dubbio è la volontà del regista di mischiare i generi horror e comico riuscendo a far amalgamare in modo armonico in un’unico film scene oltremodo disgustose o al limite del buon gusto, seguite da battute esilaranti (dialoghi con Dio, scambio di “battute” con la professoressa sordomuta), rimanendo comunque sempre credibile.

Da non dimenticare il piccolo cameo di una vecchia gloria del cinema, ovvero Malcom McDowell (l’Alex di Arancia Meccanica) nella parte dell’esasperato professore di matematica.

Ciò che invece non mi ha convinto è l’eccessiva staticità dei protagonisti, che proprio per questa immobilità rendono il ritmo del film troppo monotono in certi casi. La madre invadente, il padre anonimo, il prete insulso restano per tutta la storia fermi e non hanno uno sviluppo psicologico degno di nota.

Il finale, invece, mi ha colpito positivamente non tanto per l’epilogo sanguinoso e piuttosto prevedibile, quanto per la reazione inaspettata della madre che riesce con un grido disumano a manifestare dolore e rabbia, ma non manca con un abbraccio disperato di esprimere tutto l’amore per una figlia, che finalmente riconosce come devastata irrimediabilmente dalla follia. 

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