Macbeth retold (2005)

Sono sempre abbastanza diffidente riguardo alle rivisitazioni di classici teatrali, ma se a riproporre Shakespeare in chiave moderna sono gli stessi inglesi (BBC), allora è un’altro paio di maniche.

In questo film per la tv, Macbeth si trasferisce nella cucina di un ristorante, che diventa un moderno regno da conquistare, anche versando a colpi di coltellate, litri di sangue innocente.
Joe Macbeth, ambizioso ed energico capo chef di un ristorante stellato, comanda con piglio deciso il suo staff, insegnando ai suoi dipendenti il rispetto nei confronti del cibo, che deve sempre essere servito in modo impeccabile, ma soprattutto senza sprechi.

Come nell’originale piece teatrale, Lady Macbeth spinge il marito verso l’abisso in un turbine di desiderio sessuale e soprattutto di potere. Ma solo pochi attimi dopo l’efferato delitto, al giovane Joe Macbeth non restano che incubi terrificanti che popolano le sue notti e le sue giornate tra soffritti e padelle. I due coniugi, ognuno torturato dal rimorso a modo suo e giorno dopo giorno sempre più distanti l’uno dall’altra, non troveranno la pace forse nemmeno nella morte.
Molto arguta l’idea di far interpretare il ruolo delle tre streghe a tre sudici netturbini, che vengono a visitare il giovane chef prefigurandogli la vittoria e un’ingannevole vita eterna.
James McAvoy, a soli 26 anni, dimostra già il dominio totale della scena che ruota tutta attorno alla sua follia e alla disperazione dei suoi occhi.
(Il film che trovate qui sotto, tutto intero, è per la maggior parte in scozzese, e senza sottotitoli…sorry)

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Beata ignoranza

Funziona come sempre l’accoppiata Giallini/Gassman anche in questo film, dove attraverso un antico conflitto amoroso anche il mondo analogico e mondo digitale si scontrano attraverso due modi diversi di affrontare la vita.
Delineati alla perfezione i personaggi di contorno: il bidello (interpretato dal bravissimo caratterista Alessandro Di Carlo) con le sue battute sempre al momento giusto, i due filmakers (la donna virago e il suo silenzioso corteggiatore), il coinquilino di Gassman apparentemente strafatto, ma in realtà genio incompreso della matematica (Bruno strizza l’occhio forse a Smetto quando voglio?).

Quello che non funziona molto, invece, sono alcuni particolari della sceneggiatura. In primo luogo mi chiedo: come può un professore incompetente insegnare attraverso l’uso delle app in una scuola? Forse c’è una velata critica al mondo scolastico che non ho colto?
Inoltre, il personaggio della Bilello, palesemente immatura sentimentalmente e incapace di vivere una relazione adulta, non appare credibile nel ruolo di una donna in grado di affascinare una persona colta e profonda come il professore impersonato da Giallini. Sarebbe stato preferibile evitare anche la riesumazione della moglie deceduta, che parla attraverso la foto sulla tomba…scena vista, rivista e stravista fino alla nausea.
Ancora gli assurdi dialoghi sulla tomba del morto nel 2017, anche no.

Per concludere e per restare in tema col film, il giudizio su questa ultima fatica di Massimiliano Bruno si può riassumere con questa espressione molto in voga in rete: “bene, ma non benissimo”.

E Johnny prese il fucile (Regia: Dalton Trumbo_1971)

Andavo alle elementari, quando per la prima volta vidi questo film in tv e ne rimasi sconvolta. Non penso lo passino nemmeno più, visto il tema controverso, ma lo trovo adatto per la giornata di oggi. E’ la storia angosciosa e triste (la sceneggiatura e la regia sono del celebre Dalton Trumbo) di un reduce della Prima Guerra Mondiale, che viene portato in ospedale e lì, giorno dopo giorno, viene sottoposto, senza il suo consenso, ad un’amputazione dopo l’altra per evitargli a tutti costi la morte.
Morte che lui alla fine, dopo anni di agonia, desidera disperatamente come unica portatrice di salvezza e pace, ma che per legge nessuno riuscirà a dargli, nemmeno la pietosa infermierina – l’unica in grado di ascoltarlo davvero (grazie all’alfabeto morse che lui userà con cenni della testa).
Per i medici e il resto del personale dell’ospedale, è infatti solo un pezzo di carne, da spostare qui e là, e da mantenere per forza in vita. Il poveretto, infatti, non ha più gli arti, gli occhi, la lingua e si nutre solo con un sondino.
In due ore di film si sentono solo i suoi pensieri che oscillano tra i ricordi del passato, i suoi incubi devastanti e il senso di solitudine disperata per quella che è la sua condizione presente.
L’inutilità della guerra e l’imposizione di una sopravvivenza a tutti i costi sono il nucleo centrale di questo capolavoro cinematografico del 1971.

Se conoscessi Mario Adinolfi e i suoi sostenitori, consiglierei loro caldamente la visione di questo film…credo che abbiano più dei 10 anni che avevo io quando lo vidi, quindi penso dovrebbero riuscire a capirne il senso.

The Neon Demon

La storia dell’ingenua fanciulla di provincia che vuole diventare modella, è trattata in questo film come una sequenza di foto che potrebbero costituire ognuna una storia a sè. Ogni immagine è curata maniacalmente, con contrasti cromatici rosso/blu che farebbero la gioia del Dario Argento di Suspiria.
Il mondo della moda appare come un girone infernale atipico, perché congelato in sguardi di ghiaccio e bocche paralizzate, incapaci di sorridere. La giovane Jesse, come Cappuccetto Rosso, si trova in un mondo popolato da lupi mannari e nonostante cerchi di farsi crescere le zanne, non potrà più di quel tanto cambiare il suo destino da vittima sacrificale, prefigurato già nella prima scena.
Questo film è horror, ma al contempo non lo è.
Nicolas Winding Refn (Drive, Solo Dio Perdona) – orchestrando immagini patinate, ma dal retrogusto terrificante – riesce a rendere scene di rapporti necrofili e rigurgiti di pezzi di cadavere sempre cromaticamente perfetti, ma per questo non meno disgustosi.
Il regista, però forse troppo concentrato nella ricerca della perfezione formale, perde un pò troppo il ritmo, esagerando la lentezza di certe sequenze che presentano ritmi eccessivamente dilatati. L’ossessione della bellezza a tutti costi e della superficialità del mondo della moda rende ogni donna un mostro sempre a caccia di sangue fresco, come nella leggenda della contessa ungherese Elisabeth Bathory (1560-1614), prima serial killer della storia, che pare uccidesse giovani vergini per farsi il bagno nel loro sangue, con l’illusione di mantenere per sempre l’eterna giovinezza.

Sing Street

Il film che spacca di oggi è irlandese e non si vedeva un prodotto così strepitoso dai tempi dei The Commitments.
Un giovane ragazzino crea una band dal nulla per amore di una ragazza, con il supporto del fratellone che gli fa scoprire tutte le perle musicali dell’epoca e spara le battute più indimenticabili come: “Nessuna donna può amare davvero un uomo che ascolta Phil Collins”.
Canzoni originali di buon livello, colonna sonora che prende a piene mani dai Cure, Duran Duran, Spandau Ballet e tutta la cultura pop anni 80, quando MTV stava per diventare il canale musicale più amato dalle giovani generazioni.
Il protagonista scena dopo scena cambia un look dopo l’altro, partendo dallo stile New Wave che spopolava in quel periodo, per poi arrivare fino al make up lunare di Robert Smith, fottendosene degli insulti e delle risatine dei compagni di scuola che lo deridono perché diverso da loro.
Nel finale troverete un omaggio dichiarato al cinema americano e a un film adolescenziale che ha fatto storia.

Trainspotting 2

Vedere questo film  è stato come rivivere una rimpatriata tra vecchi amici.
La prima cosa che ti colpisce in faccia è la colonna sonora, sempre incalzante, potente, furiosa, trascinante.
Per la regia, sembra non essere passato nemmeno un minuto dal primo film: la telecamera spazia, corre, si capovolge, domina dall’alto strane angolature dei palazzi, si schiaccia quasi sulle facce deformate di Renton e Sick boy in botta piena.

La fotografia è di ampio respiro, Danny Boyle questa volta regala alla sua Edimburgo panoramiche da mozzare il fiato: e così montagne rigogliose, valli sconfinate e anche le vie di notte ingiallite dai lampioni si offrono alla vista dello spettatore in tutta la loro cromatica grandiosità.

Poi ci sono loro…Renton, Spud e Sick Boy, sopravvissuti al passato, ma ancora legati ad esso e la nostalgia un pò la fa da padrone. Quando Ewa…ehm…Marc blocca il vinile nella vecchia cameretta, perché non ha il coraggio di risentire “Lust for life” ti sembra di provare anche tu quel magone che ti assale.

Perché sì, come hanno detto alcuni critici, questo è un film nostalgico…dove le rughe di espressione degli attori sono messe in primo piano e sovrapposte alla gioventù del primo film, e dove è chiaro che se in fondo resti sempre uguale, anche il tuo destino si ripeterà sempre uguale. Inesorabile.
E allora eccoli i due soliti cazzoni Renton e Sick Boy stravaccati sul divano a parlare di…fosse facile capire tutte le parole in quel dannato scozzese (ma che accidenti di accento è????) e comunque mentre segui le loro rocambolesche avventure spaccandoti dal ridere, ti rendi conto che in questi vent’anni quei due fuori di testa ti sono mancati.
Ti sono mancati un casino.

C’erano un italiano, uno spagnolo, un francese, un argentino e un tedesco…

L’uomo italiano che ci prova nei locali:
– ti guarda
– lo guardi
– guarda gli amici
– gli amici guardano te
– ti riguarda
– lo riguardi
– si avvicina
– gli sorridi
– ti offre da bere
– accetti
– si inizia a parlare
– a fine serata hai minimo il suo numero di telefono.
L’uomo spagnolo che ci prova nei locali:
– ti guarda
– lo guardi
– si avvicina
– ti avvicini
– vi baciate tutta la sera, senza curarvi di nient’altro che di voi stessi.
L’uomo francese che ci prova nei locali:
– si guarda
– lo guardi
– ti guarda
– lo guardi
– ti offre un Beaujolais e, mentre lo sorseggi, ti spiega nel dettaglio tutti i passaggi che i suoi antenati hanno sperimentato per dare origine ad un perfetto Bacio alla Francese.
L’uomo argentino che ci prova nei locali:
– ti guarda
– lo guar…
– ti prende per la vita e dopo due piroette di tango sei sua.
L’uomo tedesco che ci prova nei locali:
– ti guarda
– lo guardi
– ti guarda
– lo guardi
– ti guarda
– lo guardi
– ti guarda
– lo guardi
– ti guarda
– lo guardi
– le tue amiche ti guardano
– tu guardi le tue amiche
– i suoi amici guardano lui che guarda te che guardi le tue amiche che guardano i suoi amici che guardano la barista, che guarda il buttafuori, che guarda il dj, che guarda l’orologio appeso al muro che al mercato per due soldi mio padre comprò.

E anche oggi, una gioia dopodomani.

(Michael Fassbender fotografato da Mario Sorrenti).

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Verde acido.

Il madornale errore che ho commesso ieri mi rimarrà impresso negli anni a venire per l’eternità. A mia difesa devo infomare la corte che ero reduce da 8 ore pesantissime di lavoro e di un ritardo di un’ora e mezza sui mezzi pubblici (vdi post precedente) quindi avevo fretta, ero stanca e distratta.
Questa è la condizione rischiossissima in cui nessuno dovrebbe fare la spesa in un supermercato tedesco. Potrebbe pentirsene a vita. In Germania infatti hanno la mania di “fare le aggiunte” su tutti o quasi i prodotti sugli scaffali: la birra, un prodotto perfetto nei secoli, viene mischiata col succo di mirtillo e l’acqua viene “corretta” con aromi fruttati. I risultati di questi mix sono quasi sempre mediocri, ma si riesce a sopravvivere e a dimenticare l’esperienza di averli ingeriti. Il fatto grave è che i tedeschi hanno pensato bene di mettere le mani su un’opera d’arte culinaria intoccabile come il Pesto alla Genovese.

Ora, come tutti in Italia sapranno, il pesto non è un prodotto economico. Ci vuole olio di oliva, che non è proprio a buon mercato, i pinoli, piuttosto dispendiosi, il parmigiano reggiano e altri dettagli culinari di non poca importanza. Quasi sempre i pesti comprati nei supermercati (italiani e tedeschi) sono meno che mediocri. E infatti non li compro mai. Ma ieri sera, mi è venuta una malsana voglia di pesto e ho pensato: anche se non sarà eccellente, mi accontento.
Ho visto un vasetto verde, ho letto “Liguria” e me lo sono comprato. Ora quello che andrò a raccontare è abbastanza raccappricciante, quindi avviso gli amici liguri di procedere con circospezione nella lettura o, se di animo sensibile, saltare direttamente questo post.
Senza leggere il contenuto del vasetto, ho aperto la confezione e all’improvviso sono stata avvolta da un tanfo assurdo di una cosa che da anni odio con tutta me stessa.
Il pesto alla genovese sapeva di tartufo.

Tappandomi il naso, guardo la scadenza pensando fosse andato a male e leggo, in effetti, l’etichetta entusiasta dell’azienda:
“Questo pesto ESCLUSIVO importato dalla Liguria, ispirato dalla ricetta originale è stato reso ancora più raffinato con l’aggiunta di tartufo. Perfetto per piatti di carne e pesce, arricchisce col suo aroma di Tartufo ogni pietanza. Buon Appetito”
A parte il fatto che come ti permetti di dire che il pesto alla genovese deve essere raffinato? Il basilico è troppo cafone per la tua tavola, caro il mio direttore della ditta X? Ma se voialtri vi ingozzate di stinchi di maiale e crauti da mane a sera, dall’alto di cosa date del rozzo al pesto ligure, amene teste di un belino?

Poi procedendo con la lettura degli ingredienti, che più che un’etichetta qualunque, pareva un racconto breve di Stephen King, scopro che sti matti il pesto l’avevano fatto con ANACARDI, ACETO, AROMA DI PECORINO (aroma, capite????non il vero pecorino!), zucchero di frutta (!!!!), succo di limone (AHHHHH!) e solo il 12% di olio di oliva.
Il vasetto ovviamente è finito nel pattume.

Adesso ho solo la stanza che puzza di tartufo e cadavere morto da 2 settimane.
L’unica cosa che spero è che la polizia smetta di bussare alla porta e se ne vada il prima possibile.

ph. Bettina Rheims

moni

Odissea a Berlino.

Oggi non funzionava la linea S9, per tornare a casa io e altre decine di malcapitati, abbiamo dovuto cambiare un treno dopo l’altro. Una cosa del tipo: salivi su un treno, arrivavi ad una fermata e il conducente ti avvisava: “Ultima fermata, si prega di scendere.” Al quinto treno cambiato dire che tiravo delle madonne interiori è a dir poco usare un eufemismo.

Ho iniziato a tirare giù a mani nude i santi dalle loro comode nuvolette, tirandoli per i piedi e poi sono passata ai personaggi di altre religioni. Alla fine alla fermata di Baumschulenweg c’erano Buddha, la dea Kali e Amon- Ra che si guardavano smarriti, chiedendosi cosa avessero fatto di così orribile, mentre li guardavo con gli occhi iniettati di sangue.

Ci ho impiegato un’ora e mezza per arrivare a casa, quando normalmente ci metto 25 minuti. Una coppia di spagnoli con le valigie, non capiva più dove doveva andare ed è salita sul treno opposto di quello che andava verso l’aeroporto. In tutta questa Odissea i berlinesi, miei compagni di sventura, non hanno battuto ciglio. Abbiamo iniziato a riconoscerci vagone dopo vagone.

Al terzo treno cambiato, una vecchietta ha anche attaccato bottone con me, ormai ci eravamo abituate una all’altra. La calma serafica tedesca faceva saltellare le persone prima al binario 3, poi a quello 6, e poi ancora a quello 5, senza che quasi proferissero parola. In Italia si sarebbe sentito vociferare da una regione all’altra. In Germania no. I tedeschi hanno un livello di sopportazione che definirei ammirevole.

Siete i miei eroi, a li mortacci vostri.

ph. Quentin Shih

Stitched Panorama

Sentirsi Woody Allen a Berlino.

Scena interno giorno. Un cliente di una certa anzianità armeggia con la tessera per aprire la porta di una camera al secondo piano. Cik, ciak…cik, ciak…e niente non entra. Vado verso di lui sollecita, lui si gira piccato e mi saluta.
“Shalom!” mi lancia contro e io stranita per essere stata appellata in ebraico, gli dico Guten Tag e gli domando: “Per caso ha problemi con la carta?” lui mi schiaffeggia in faccia una risposta secca:
“E lei ha dei problemi?”
Io interdetta: “Ehm…io no, ma mi sembra che abbia la carta che non funziona”
Lui piccatissimo: “Lei non parla molto bene il tedesco! E io non ho alcun problema!”
Resto ammutolita e lo guardo, mentre continua rabbiosamente a inserire la carta da un lato. Non funziona. Dall’altro…non funziona. Riprova. Un lato. Niente. L’altro. Niente.
Timidamente, stando ben attenta alla declinazione degli articoli (der, die, das!) oso consigliare: “Se ha problemi dovrebbe rivolgersi alla reception”
“Lei non è tedesca! E io sto benissimo e non ho problemi!” Sentendomi come un personaggio di Shindler’s List, nella mia imperdonabile non arianità, mentalmente lo mando a cagare in un ebraico inventato al momento e torno al mio lavoro.
Dopo 20 minuti lo ribecco, ma al primo piano. Ora sta armeggiando con la tessera in un’altra camera.
Penso: “Questo o è pazzo o è un ladro…e adesso che faccio?”
Ma a sorpresa la porta si apre e lui entra.
In quell’istante ho un’ illuminazione.
Questo emerito idiota ha sbagliato piano, voleva entrare nella 115 ma essendo al secondo piano stava entrando nella 215, che ovviamente non si apriva.
Dopo un’altra ora torno al secondo piano per delle mie faccende e lo ribecco. “Signorina…!” Penso: “Oh no…non voglio prendere a testate un cliente proprio oggi, mollami!”
Ma lui con un tono totalmente diverso da prima mi chiede gentilissimamente: “Ehm…mi servirebbe un rotolo di carta igienica.” Glielo passo da un carrello. Lui ringrazia io dico “bitte” mentre penso:
“Tranquillo nonnetto, che per le figure di merda di una certa portata, la carta igienica non ti serve”.

ph.Annie Leiboviz

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